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Uso di inibitori selettivi del reuptake della serotonina (SSRI) e comportamento ed ideazione suicida in bambini ed in adolescenti
(Marianna Gentile, Dipartimento Clinico e Sperimentale di Medicina e Farmacologia dell’Università di Messina) 

I dati disponibili in letteratura sono abbastanza convincenti da far sì che le linee guida nazionali indichino come elettiva la terapia farmacologica nel trattamento della depressione nei bambini e negli adolescenti. Tuttavia, restando da chiarire alcuni aspetti contrastanti relativi agli esiti di tale terapia, è raccomandata una ragionevole cautela nel valutare l’opportunità di intraprenderla, in quanto questa è comunque associata ad aumento del rischio di comportamento suicida e la sua efficacia nei pazienti pediatrici è inferiore a quella accertata per gli adulti. L’American Journal Health-System Pharmacists ha pubblicato nel 2005 un lavoro su quest’argomento (1), da cui sono tratte le notizie sotto riportate.

Circa il 2% dei bambini ed il 6.5% degli adolescenti negli USA soffre di depressione, la più comune tra le alterazione dell’umore che colpiscono tale fascia d’età (2,3), che nel 20-40% dei casi, si ripresenta entro due anni.
Comunemente, ogni episodio della patologia si manifesta in media ogni otto mesi, con sintomi quali: irritabilità, apatia, disperazione, diminuzione dell’attenzione ed in molti casi comportamento ed ideazione suicida.
Il suicidio, specie tra gli adolescenti (4), è una delle più incidenti cause di morte tra la popolazione pediatrica e nel 50-75% dei casi è conseguenza di alterazioni dell’umore ed in  particolare della depressione (5).
Per la serietà del problema è necessario che i sintomi ed i segni della depressione nella popolazione pediatrica siano prontamente individuati e trattati con le terapie convenute.
Terapie con psicofarmaci e con antidepressivi, malgrado siano stati i primi trattamenti impiegati nella depressione pediatrica, spesso vengono sotto usati.
Da uno studio (6) che ha preso in considerazione adolescenti con comportamento suicida, risulta che tra questi, meno del 50% di sesso femminile e meno del 20 % di sesso maschile, avevano ricevuto psicoterapia o antidepressivi durante l’anno precedente al loro gesto.
Alla luce di ciò, sono stati messi a punto altri tipi di terapia: comportamentale-cognitiva (CBT) ed interpersonale, preferibili alla psicoterapia (7-10), utili ad ottenere significativi miglioramenti delle forme lievi e moderate della depressione negli adolescenti e che rappresentano una terapia aggiuntiva per pazienti con depressione grave (2,10).
Gli antidepressivi, infatti, dovrebbero essere usati solo quando non è possibile l’intervento di uno psicoterapeuta o per mancata risposta positiva alla psicoterapia.
I farmaci più utilizzati nel trattamento della depressione dell’adolescenza sono:

Ideazione al suicidio.
Nel 1990 è stato pubblicato un lavoro su sei pazienti che hanno sviluppato ideazione al suicidio dopo assunzione di fluoxetina (19). Per uno dei pazienti, un adolescente poco tempo prima ospedalizzato per una depressione per la manifestazione di comportamenti psicotici (paranoia, dissociazione e comportamento suicida) prima della terapia antidepressiva, è stato registrato un incremento della frequenza di atti autolesionisti e di tentativi di suicidio a seguito dell’inizio della terapia con fluoxetina e dopo aumento del dosaggio di tale farmaco da 20 a 80 mg.
Vari studi di diversi autori (15,20-22) riportano conclusioni contrastanti riguardo la capacità degli SSRI di indurre atteggiamenti suicidi.
Uno studio (23), che prende in esame pazienti tra i 10 ed i 19 anni di età, ha trovato che l’incidenza di comportamenti suicidi diminuisce all’inizio della terapia: per ogni aumento dell’1% nell’uso di SSRI da parte di adolescenti, è stata valutata una diminuzione di 0.23 suicidi per 100.000 pazienti l’anno.
Di contro, un altro studio (24) che ha coinvolto circa 2800 atti di autolesionismo compiuti da adulti e da bambini, dimostra che tali atteggiamenti si verificano più facilmente nei pazienti trattati con SSRI che in quelli trattati con altri antidepressivi.
Tutti questi dati devono però essere valutati con cautela dal momento che possono essere influenzati da diversi fattori che rendono difficoltoso la possibilità di determinare una relazione causale tra gli SSRI ed il comportamento suicida: livello culturale, prescrizioni particolari, condizioni psichiatriche concomitanti, interazioni tra farmaci, terapia antidepressiva.
Vari studi controllati randomizzati (10,16-18) trovano gli SSRI efficaci nei bambini e negli adolescenti. Uno di questi studi (16) riferisce significativi miglioramenti in giovani pazienti trattati con paroxetina alla dose media di 28 mg/die, rispetto a quelli trattati con placebo.
Whittington e colleghi hanno pubblicato una meta-analisi (15), utilizzando i dati di 5 studi controllati randomizzati, sull’uso di antidepressivi in pazienti tra i 5 ed i 18 anni di età, dalla quale risulta:

Da un’altra meta analisi (25) risulta che l’incidenza di atti suicidi tra il gruppo di pazienti trattato con fluoxetina ed il gruppo placebo non differisce significativamente.

Meccanismi con i qual gli SSRI indurrebbero comportamento suicida
Sono state formulate diverse ipotesi per spiegare l’incremento dell’ideazione suicida, degli atti autolesionisti e dei tentativi di suicidio nei pazienti pediatrici a seguito dell’uso di SSRI:

Le attività regolatorie
Nel giugno 2003, il Comitato di Sicurezza dei Medicamenti inglese ha stabilito che la paroxetina e la venlafaxina non dovessero essere prescritti sotto i diciotto anni di età. Subito dopo l’FDA ha ribadito questo concetto per la paroxetina, avvertendo anche di non interrompere bruscamente la terapia.
Nel marzo 2004 l’’FDA ha obbligato i produttori di SSRI e di antidepressivi atipici ad includere nel foglietto illustrativo di tali farmaci una chiara menzione alla possibilità di  peggioramento della depressione, di insorgenza di ideazione suicida, di comportamento autolesionista e tentativo di suicidio a seguito del loro uso ed a raccomandare ai medici di tener presente che  la terapia farmacologica può provocare nei pazienti ansietà, mania, agitazione, ostilità o acatisia.
Dopo un’ulteriore analisi dei dati relativi a sette farmaci (fluoxetina, sertralina, paroxetina, citalopram, venlafaxina, nefazodone e mirtazapina), da parte di una sua commissione tecnica, l’FDA nel settembre 2004 stabilisce che, tra tutti, solo la fluoxetina è efficace nel trattamento della depressione. La commissione tuttavia rende noto che un aumento del rischio di atteggiamenti suicidi è comunque associato alla terapia antidepressiva e raccomanda che tutti i foglietti illustrativi degli antidepressivi riportino avvertenze relative a tale rischio, con particolare riferimento agli adolescenti e che siano avvertiti del rischio anche i pazienti ad ogni prescrizione. Non ritiene tuttavia controindicata una terapia antidepressiva nei bambini e negli adolescenti quando necessaria.

Bibliografia

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