Segnalazione giunta al Centro di Farmacovigilanza del Servizio di Farmacia Clinica della Seconda Università degli Studi di Napoli (Resp.: Prof. A. Filippelli)
Danno epatico da Thè cinese
Di Chicco M., Loguercio C.
Cattedra di Gastroenterologia - Seconda Università degli Studi di Napoli
Una donna di 50 anni manifestava da circa 4 anni, in corso di abituali controlli laboratoristici di routine, incremento persistente degli indici di citolisi epatica (AST e ALT circa 4-5 volte i v.n.) e di colestasi (GGT fino a circa 10 volte i v.n.; ALP circa 5 volte i v.n.). Tale ripetuto riscontro imponeva un maggior approfondimento: ella pertanto consultava un primo specialista, che richiedeva una batteria di esami di prima linea, non tralasciando una breve, seppur attenta ed orientata, indagine anamnestica, che escludeva familiarità genetica o ambientale per epatopatie (e dismetabolismi), consumo ed abuso di bevande alcoliche ed evidenziava l'assunzione di estroprogestinici, quale terapia ormonale sostitutiva.
DISCUSSIONE
L'atteggiamento dello specialista consultato in prima istanza è sicuramente corretto perché volto ad accertare fattori di rischio e/o causali apparenti ed inapparenti più frequentemente chiamati in causa nel determinismo del danno epatico, con l'ausilio dell'anamnesi e di indagini laboratoristiche (assetto metabolico; enzimogramma; PT; Q.P.E.; assetto marziale; immunoglobuline; markers epatitici; ANA, AMA, ASMA) e strumentali (ecografia addome superiore), di basso costo e buona sensibilità e specificità.(1)
UNA CASUALITÀ "FORTUNATA"
La "negatività" delle indagini praticate imponeva di sottolineare il dato emerso in anamnesi farmacologica: pertanto la paziente era stata invitata a sospendere, almeno temporaneamente, l'assunzione di estroprogestinici.(2)
Tuttavia tale sospensione non sortiva nessun effetto: gli indici di citolisi e colestasi persistevano aumentati. Quindi la paziente richiedeva la consulenza di un secondo specialista e giungeva alla nostra osservazione. Fatta una nuova e più insistita verifica anamnestica e praticato l'E.O. (negativo), si richiedeva la ripetizione di talune indagini laboratoristiche, onde escludere errori di laboratorio, e un nuovo controllo ambulatoriale a breve distanza, a cui si rimandava una dettagliata anamnesi alimentare.
Al successivo controllo la donna riportava le indagini richieste (nuovamente "negative"), ma si faceva accompagnare dalla figlia, che aveva manifestato, anch'ella, da qualche mese un incremento di transaminasi, GGT e ALP. Questa circostanza riproponeva l'importanza di approfondire il dato della "familiarità". Pertanto le due donne si sottoponevano all'indagine alimentare proposta, da cui emergeva l'abitudine, di lunga data della madre e recente della figlia, a consumare thè verde. Tale forte associazione, segnalata in letteratura, imponeva di tentare una diagnosi "ex iuvantibus": prescrivevamo pertanto l'astensione, per entrambe le donne, della bevanda. I successivi controlli hanno mostrato la normalizzazione auspicata degli indici di danno epatico.
CONCLUSIONI
Numerosi "reports" contraddicono la visione popolare che i prodotti a base di erbe, perché naturali, siano innocui; inoltre, il reale numero di possibili o confermate reazioni avverse a rimedi erboristici, tra le quali l'epatotossicità è la più frequente, è molto più alto, perché "sottoriportati".
Tra i composti presenti in queste misture erboristiche, solo alcuni sono stati individuati e di essi chiarito il meccanismo patologico (alcaloidi pirazolidinici, atractilato); la maggior parte di essi, invece, rimangono indefiniti.(3)
Note bibliografiche essenziali