Reazioni avverse da erbe medicinali
A cura di
Gioacchino Calapai, Giovanni Polimeni, e Achille P. Caputi


Aristolochia fangchi e carcinoma uroteliale.

In una sezione di questo sito è già stato riportata la "nefropatia da erbe cinesi".
Recentemente su New England Journal of Medicine (1) è stato pubblicato un articolo che mette in relazione l'uso di un'erba cinese l'"Aristolochia fangchi" con l'insorgenza di cancro uroteliale in un gruppo di pazienti belgi (1). L'articolo non è che l'ultimo capitolo di una storia iniziata nei primissimi anni 90, quando per circa 2 anni in una clinica in Belgio venne somministrato a donne a scopo dimagrante, un trattamento costituito da 2 erbe cinesi, anoressizanti (fenfluramina e dipropione) e in qualche caso da cascara, belladonna e acetazolamide. A partire dal 1993, in dozzine di queste donne si è sviluppata una forma rapidamente progressiva di insufficienza renale (2).
Il nesso causale tra la nefrotossicità e le piante usate fu presto ipotizzato, poichè la clinica, che in passato non aveva avuto problemi di questo genere, aveva da poco modificato il regime terapeutico dimagrante inserendo le erbe cinesi. I prodotti erboristici che avrebbero dovuto contenere estratti delle piante Stefania tetrandra e Magnolia officinalis, contenevano invece acido aristolocico, pirncipio attivo dell'Aristolochia fangchi, una pianta notoriamente nefrotossica. Attualmente sono stati identificati in Belgio più di 100 pazienti che, sottoposti a trattamento dimagrante contenente aristolochia, hanno sviluppato questo particolare tipo di nefropatia. Di questi, il 70% è stato costretto a richiedere un trapianto o a sottoporsi a dialisi.
La presenza dell'Aristolochia non era un fatto nuovo, poiché spesso era stata usata nelle preparazioni al posto della Stefania. I nomi in cinese sono simili e possono essere confusi inducendo in errore. A complicare ulteriormente le cose c'è il fatto che un gruppo di piante tra loro intercambiabili sono spesso denominate collettivamente con il nome "mu tong" (3). Infine, la mancanza di controlli della qualità di questi prodotti fa sì che spesso il contenuto reale di prodotti erboristici e integratori dietetici non sia corrispondente a quello dichiarato.
Dell'acido aristolocico non è nota solo la nefrotossicità, ma è stata dimostrata la sua capacità di causare la formazione di cancro negli animali da laboratorio (4). Un caso di carcinoma della vescica nella donna era già stato riportato in Belgio nel 1994. Più recentemente, sempre in Belgio, è stato dimostrato, attraverso controlli effettuati sulle donne che avevano sviluppato nefropatia, che le stesse risultano essere a rischio per l'insorgenza di cancro. Più esattamente è stato osservato come sia prevalente la comparsa di carcinoma uroteliale nelle pazienti con nefropatia da Aristolochia.
L'associazione tra aristolochia e carcinoma uroteliale è la più tragica manifestazione di tossicità da piante usate a scopo medicinale. Essa è stata recentemente ripresa da un editoriale pubblicato sempre sul New England Journal of Medicine (5). Tale editoriale auspica che eventi come questo servano a promuovere iniziative legislative tese ad assicurare la sicurezza e l'efficacia di sostanze che introdotte come integratori dietetici (o alimentari) possono risultare pericolosi per la popolazione.

Bibliografia.

  1. Nortier JL, Muniz M-C, Schmeiser HH, Arit VM, Bieler CA, Petein M, Depierreux MF, De Pauw L, Abramowicz D, Vereerstraeten P, Vanherweghen JL. Urothelial carcinoma associated with the use of a Chinese herb. N. Engl. J. Med. 2000; 342: 1686-1692.
  2. Depierreux M, Van Damme B, Vanden Houte K, Vanherweghen JL. Pathologic aspects of a newly described nephropathy related to the prolonged use of Chinese herbs. Am. J. Kidney Dis. 1994; 24: 172-180.
  3. Further ban to protect public from aristolochia. Hermes database. London United Kingdom \Department of Health, January 18, 2000
  4. Mengs U Tumour induction in mice following exposure to aristolochic acid. Arch Toxicol 1988; 61: 504-505.
  5. Kessler DA. Cancer and Herbs. New Engl. J. Med. 2000; 342: 1742-1743.

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