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Reazioni avverse
da erbe medicinali
A cura di
Gioacchino Calapai, Giovanni
Polimeni, e Achille P. Caputi
Nefropatia da erbe cinesi
Yang e coll. (1)
hanno recentemente accresciuto la casistica di questa sindrome.
Fra il gennaio 1995 ed il luglio 1998, al Cathay General Hospital 12 pazienti
cinesi, compresi i 3 casi sotto dettagliatamente descritti, provenienti da diverse
parti dell'isola di Taiwan furono sottoposti a biopsia renale per inspiegabile
insufficienza renale. In tutti i casi fu riscontrata una nefrite interstiziale
fibrosante. Tutti i pazienti avevano assunto, nel recente passato, erbe medicinali
(sotto forma di estratto, pillole o polvere) e nessun altro farmaco a potenziale
attività nefrotossica, per una delle seguenti ragioni: perdita di peso,
supplemento dietetico (tonico, salute, benessere o bellezza) terapia di malattie
non renali (artralgia, epatite, ipertensione). L'origine della prescrizione
erboristica era diversa per ciascun paziente e nessuno di essi assumeva le stesse
erbe medicinali. Sei pazienti assunsero i preparati erboristici per una durata
compresa fra 3 e 18 mesi, mentre gli altri non ricordavano la durata esatta,
poiché avevano assunto diverse erbe mediche per periodi diversi. Indipendentemente
dal tipo di erba medica assunta e dalla durata dell'assunzione, tutti i pazienti
presentarono alla biopsia renale diffusa fibrosi ipocellulare intestiziale ed
atrofia tubulare, senza spiccate lesioni glomerulari. Sui 12 casi riportati,
7 finirono in dialisi cronica. L'agente eziologico, presente nell'erba medicinale,
che causò questa epidemia non fu studiato.
I casi riportati nell'articolo di Yang e coll. (1)
sono stati così descritti.
Caso N. 1.
Una donna di 45 anni, in buona salute, iniziò ad assumere per dimagrire
una polvere di erbe cinesi. Dopo tre mesi (giugno 1994) cominciò a star
male. Visitò la divisione di Nefrologia del Cathay General Hospital di
Taiwan nel gennaio 1995 dove vennero riscontrati: dolore bilaterale in loggia
renale, edema alle gambe, pallore, malessere generale, pressione arteriosa di
170/80, azotemia di 38 mg/dl, creatininemia di 2,5 mg/dl, ematocrito del 25%.
All'esame urinario vennero rilevati: proteinuria (1+), emazie (0-1 cellule per
campo), globuli bianchi (0-2 cellule per campo). All'anamnesi la signora negò
una pregressa storia sia di ipertensione che di ematuria. Nel febbraio 1995,
presentando la signora azotemia di 59 mg/dl, creatininemia di 5,5 mg/dl e tracce
di proteinuria, venne effettuata una biopsia renale che mostrò 16 glomeruli
intatti, con grave e diffusa fibrosi interstiziale e atrofia tubulare del 70%.
L'immunofluorescenza risultò negativa. La funzione renale della paziente
deteriorò rapidamente e nel maggio del 1995 l'azotemia e la creatininemia
raggiunsero rispettivamente i livelli di 112 e 12,9 mg/dl. La paziente venne
messa in dialisi cronica.
Caso N. 2.
Una donna di 50 anni giunse allo stesso ospedale nel marzo 1998 per una valutazione
della funzione renale, senza segni di gravi disturbi e senza aver mai avuto
problemi medici seri. Precedenti test di funzionalità renale, risalenti
all'agosto 1996, riportavano: azotemia di 21 mg/dl e creatininemia di 1,4 mg/dl.
La paziente aveva assunto, come integratore alimentare, polvere di erbe medicinali
dal giugno al dicembre 1997. La pressione arteriosa, al momento della biopsia
renale (marzo 1998), risultò di 150/80 mmHg con i seguenti valori di
laboratorio: azotemia 53 mg/dl, creatininemia 3,5 mg/dl, albuminemia 3,8 g/dl,
anemia normocitica normocromica, emoglobina 9,7 g/dl, glicosuria con piuria
ed amaturia, proteine urinarie nelle 24 ore o,6g e clearance della creatinina
21, 7ml/min. I test immunologici risultarono normali e l'esame ecografico mostrò
i reni ridotti di circa 8,8 cm in lunghezza. La biopsia renale mostrò
estesa perdita tubulare con spiccata fibrosi ialina interstiziale ed infiammazione
locale; solo alcuni glomeruli presentavano un raggrinzimento della membrana
basale e fibrosi subcapsulare, con assenza di depositi autoimmuni.
L'assunzione di erbe medicinali fu interrotta. Tuttavia la funzione renale deteriorò
rapidamente. Sei mesi dopo la creatininemia passo da 3,5 a 7,8 mg/dl. La paziente
fu messa in dialisi dal marzo 1999.
Caso N. 3.
Una donna di 51 anni, portatrice di epatite B, nel giugno del 1997 iniziò
ad assumere polvere di erbe medicinali per la sua epatite. A quel tempo la sua
funzionalità renale era normale (azotemia: 11,3 mg/dl; creatininemia
0,68 mg/dl). Nel gennaio 1998 sviluppò anoressia, ma continuò
ad assumere le erbe medicinali. Nel marzo e nel giugno 1998, a visita medica,
furono riscontrati livelli di azotemia rispettivamente di 44 e 68 mg/dl e di
creatininemia rispettivamente di 1,5 e 4,2 mg/dl. A causa del peggioramento
progressivo della funzionalità renale venne ricoverata (agosto1998) nel
reparto indicato nel caso n. 1, dove fu riscontrato: pressione arteriosa 150/90
mmHg; azotemia 45 mg/dl; creatininemia 6,2 mg/dl; albuminemia 4,4 g/dl; AST
18 U/l; ALT 16 U/l; globuli bianchi 5,890/ml; emoglobina 6,9 g/dl; ematocrito
22,2%; piastrine 208.000. Risultò positiva ai markers per epatite B.
L'esame urinario mostrò glicosuria, piuria ed ematuria. La proteinuria
nelle 24 ore risultò di 1,02 g e la clearance della creatinina di 8,24
ml/min. I test immunologici non mostrarono evidenze di malattie autoimmuni.
Alla biopsia renale risultò una atrofia tubulare del 70% con estesa fibrosi
interstiziale. Ventidue glomeruli su 24 erano sani. Non erano presenti depositi
o anticorpi sulla membrana basale. La paziente fu messa in dialisi cronica.
Gli autori, alla luce dei
dati clinici e bioptici, ritengono che i pazienti siano andati incontro a "nefropatia
da erbe cinesi".
Questa sindrome, caratterizzata clinicamente da insufficienza renale subacuta
ed istopatologicamente da fibrosi interstiziale, inusuale, acellulare ed estesa,
senza lesioni glomerulari, fu descritta per la prima volta in Belgio da Vanherweghem
e coll. (2) in pazienti sottoposti a dieta dimagrante
comprendente erbe cinesi, etichettate come contenenti Stephania. Da allora
sono stati identificati, sempre in Belgio, oltre 100 pazienti (3,
4) e, nonostante l'interruzione della assunzione di erbe,
la malattia renale progredisce rapidamente, in molti casi, fino alla fase finale
(5). In Inghilterra sono stati segnalati nel 1999,
2 casi di insufficienza renale irreversibile in pazienti trattati con preparazioni
erboristiche cinesi per un eczema (6). Sulle etichette
delle confezioni di questi prodotti era riportato che contenevano Clematis,
ma fu trovato che contenevano Aristolochia.
Le preparazioni erboristiche cinesi, etichettate come contenenti Stephania,
causa dell'epidemia belga e dei due casi in Inghilterra, erano contaminate con
Aristolochia, contenente l'acido aristolochico (7),
nota nefrotossina, il cui ruolo, tuttavia, nel causare la nefropatia da erbe
cinese è ancora oggetto di discussione (8, 9).
Infatti l'acido aristolochico è stato utilizzato per 25 anni in Germania
su migliaia di pazienti come immunomodulatore senza nessuna segnalazione di
nefrite tubulointerstiziale cronica (10). Inoltre
Ng e coll. (11) hanno descritto recentemente un
caso di insufficienza renale irreversibile, con segni clinici ed istologici
simili a quelli dei casi belgi, in una donna di 36 anni, che aveva assunto pillole
di Jia Wey Guo Sao per mestruazioni irregolari. Queste pillole erano confezionate
utilizzando soltanto la pianta Stephania e non una miscela di piante,
così che era improbabile una contaminazione con Aristolochia.
Il meccanismo istopatogenetico della nefropatia da erbe cinese è ignota,
anche se è stata ipotizzato un processo immuno-mediato (12).
Il 28 luglio 1999 il CSM inglese ha bandito l'importazione di prodotti medicinali
contenenti Aristolochia.
In Australia l'Office of Complementary Medicines (OCM), che è parte del
Therapeutic Goods Administration (TGA), ha iniziato una sorveglianza sui prodotti
contenenti Clematis per determinare se era avvenuta una involontaria
sostituzione della Clematis con l'Aristolochia nelle preparazioni
che continuamente arrivano sul mercato australiano. L'OCM ha contattato i più
importanti importatori di medicine erboristiche cinesi invitandoli a far analizzare
(da parte dei laboratori del TGA) i prodotti di Clematis per la possibile
presenza di Aristolochia. Su 14 prodotti di Clematis ricevuti
ed analizzati 2 contenevano Aristolochia. Un indagine successiva ha rivelato
che l'importatore di medicine tradizionali cinesi, che aveva inviato al TGA
uno dei 2 campioni, aveva mal interpretato l'originale richiesta del TGA ed
aveva volontariamente accettato di sottoporre all'analisi l'Aristolochia
kaempferi al posto della Clematis. Il TGA ha collocato l'Aristolochia
nell'appendice C dello Standard for the Uniform Scheduling of Drugs and Poisons
ritenendola una sostanza talmente pericolosa per la salute da proibirne la vendita,
l'approvvigionamento e l'uso in Australia. Inoltre poiché i prodotti
erboristici a base di Clematis o Stephania possono essere contaminati
con Aristolochia, il TGA richiede agli importatori una conferma analitica
del contenuto di queste erbe.
Bibliografia.
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