(a cura di Alessandro Oteri, Dipartimento Clinico e Sperimentale di Medicina e Farmacologia, Università degli Studi di Messina).
Aggiornato al 28/02/2010
Tradizionalmente, la curcuma (C. longa e C. zodearia) è stata utilizzata nei paesi dell’Asia orientale per le sue proprietà antinfiammatorie, cicatrizzanti, digestive, antitumorali e antivirali (1). Vari studi farmacologici hanno inoltre dimostrato le proprietà antiallergiche ed epatoprotettive degli estratti della pianta (2,3).
Nella maggior parte dei casi, tali effetti farmacologici sono da attribuire alla curcumina, il principale composto chimico estratto dalla curcuma (4).
La curcumina è stata ampiamente studiata per quanto riguarda i suoi potenziali effetti sugli enzimi del metabolismo. In particolare, il composto ha mostrato la capacità di inibire l’attività dei CYP2A1 e CYP2B1 (5).
Inoltre, in un recente studio clinico, condotto su volontari sani, il trattamento con curcumina ha determinato una riduzione del 28,6% nell’attività del CYP1A2 ed un aumento del 48,9% nell’attività del CYP2A6 (6).
Gli estratti della curcuma hanno anche evidenziato la capacità di inibire altri isoenzimi del citocromo P450 (7-9). L’effetto è stato osservato in particolare a livello dei CYP3A4 e 2C9 intestinali.
L’uso di prodotti a base di curcuma dovrebbe essere effettuato con cautela nei pazienti in trattamento con farmaci che vengono metabolizzati da tali sistemi enzimatici.
Un recente studio ha infine dimostrato la capacitá della curcuma e dei suoi componenti, curcumina e demetilossicurcumina, di inibire in vitro l’attivitá della glicoproteina-P intestinale (10).
Sulla base di tali dati, i pazienti in trattamento con farmaci substrati di tale trasportatore (es. digossina o ciclosporina) dovrebbero evitare un consumo eccessivo di prodotti a base di curcuma.
Bibliografia