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ANNO XI - N. 38 - PUBBLICAZIONE TRIMESTRALE |
AGOSTO 2004 |
Stampa ad esclusivo uso interno delle ULSS |
Regione del Veneto |
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ISDB
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In questo numero
Farmaci e gravidanza: parliamone ancora. Gli antimicrobici
Caso rosuvastatina: guerra farmacologica o farmacoeconomica?
Tossicità muscolare o polineuropatia periferica da statine?
La finasteride può causare depressione?
Farmaci e gravidanza: parliamone ancora
Con questo articolo riprendiamo l’argomento dei farmaci in gravidanza, già affrontato in passato (FOCUS n. 15, agosto 1998, e n. 27, agosto 2001) e che suscita generalmente notevole interesse tra i medici per i suoi risvolti pratici. Ad ogni medico può capitare di trovarsi di fronte a due problemi:
E’ noto che le informazioni sulla sicurezza dei farmaci in gravidanza sono limitate sia per quanto riguarda gli effetti sul feto che sulla madre. Questo è legato da un lato all’esclusione delle donne gravide dalle sperimentazioni pre-marketing dall’altro alla carenza di studi epidemiologici.
Per quanto riguarda gli aspetti generali del problema rimandiamo alla letteratura specializzata limitandoci qui a ricordare solo alcuni principi di base.
E’ sempre arduo dare delle certezze in questo campo, tuttavia è possibile fornire delle indicazioni di massima, sulla base dell’esperienza accumulata nel tempo, che possono aiutare il medico nelle due situazioni sopra prospettate. Così, a partire da questo numero, cercheremo di fornire alcuni dati sulle classi di farmaci di più ampio utilizzo. All’interno della redazione questa serie di articoli saranno specificamente curati, per la sua diretta esperienza nel campo, dalla dott.ssa Serena Belli del Consultorio Genetico di Trento. Buona lettura!
Dati della letteratura evidenziano che circa il 10% delle donne gravide fa uso di antibiotici, che vengono prescritti sia per patologie intercorrenti che per patologie propriamente correlate alla gravidanza quali infezioni delle vie urinarie, infezioni vaginali da streptococco beta-emolitico, infezioni da toxoplasma, senza dimenticare patologie ricomparse nel nostro paese in questi ultimi anni, come la tubercolosi e la malaria che, quando colpiscono una donna gravida, possono avere una sintomatologia più grave e richiedono quindi un trattamento aggressivo con impegno di più molecole.
Da un punto di vista pratico è possibile, dividendo gli antimicrobici per categoria, dare alcune indicazioni, almeno sui farmaci di maggiore utilizzo, ricordando che la scelta del medico, all’interno di ogni singola categoria, dovrà in ogni caso cadere su quelle molecole utilizzate da più tempo, evitando la prescrizione di farmaci messi in commercio in tempi recenti, in quanto per tali sostanze mancano i dati relativi alla esposizione fetale.
Penicilline
Si tratta di farmaci in commercio da moltissimi anni, per i quali non c’è mai stata l’evidenza di una attività teratogena, vengono pertanto considerati sicuri in gravidanza. Anche l’associazione con gli inibitori delle beta-lattamasi, ad esempio amoxicillina con acido clavulanico, è considerata sicura in gravidanza, non essendo mai stata messa in relazione con malformazione fetale nei nati esposti in utero. Anche i dati sperimentali, nell’animale, confermano tali risultati.
Cefalosporine
Questi antibiotici sono considerati sicuri in gravidanza, sia i dati sperimentali (molti) che nell’uomo (un po’ meno) non evidenziano alcuna attività teratogena. Comunque l’uso delle cefalosporine più recenti deve essere prudente, dato che mancano dati sulla somministrazione in gravidanza.
Macrolidi
Sono per lo più farmaci in uso da moltissimi anni, per i quali, in generale, non vi sono controindicazioni all’uso in gravidanza. L’eritromicina viene consigliata a donne allergiche alle penicilline, come valido sostituto. Inoltre la somministrazione a termine di gravidanza, in caso di rottura prematura delle membrane o anche per altre patologie infettive materne, si associa ad una ridotta frequenza di parto pretermine e di complicazioni neonatali (distress respiratorio, sepsi, enterocolite necrotizzante ecc). La spiramicina per la sua capacità di penetrare la placenta (dove raggiunge concentrazioni da 2 a 5 volte superiori a quelle del siero materno) viene utilizzata per il trattamento della toxoplasmosi in gravidanza. I dati disponibili, tra cui un ampio studio caso-controllo ungherese, non evidenziano problemi di teratogenicità.
A questo gruppo appartiene anche la claritromicina che, in base ai consumi del Veneto, risulta il secondo antibiotico più prescritto dopo l’amoxicillina. I dati sull’uomo riguardanti il suo uso in gravidanza sono limitati a due lavori, consistenti rispettivamente in una serie clinica di 34 gravidanze in cui la madre aveva assunto claritromicina nel primo trimestre o all’inizio del secondo, e in uno studio retrospettivo su 149 nati esposti in utero a tale farmaco. In entrambi gli studi non è stato osservato un incremento di malformazioni congenite rispetto all’atteso. Studi non pubblicati, riguardanti l’animale da esperimento hanno riportato un aumentato tasso di anomalie cardiovascolari e palatoschisi nella prole, per dosi rispettivamente da 6 a 25 volte superiori a quelle terapeutiche per l'uomo. La claritromicina, pertanto, non dovrebbe essere considerato un farmaco di prima scelta in gravidanza anche se il rischio malformativo è certamente modesto. Fra gli azalidi la più utilizzata è l’azitromicina; data la recente introduzione in commercio non sono riportati studi epidemiologici in campo umano sul suo uso in gravidanza. Studi sugli animali non hanno comunque evidenziato effetti embriotossici e/o teratogeni.
Fluorochinoloni
A questa classe di antibiotici appartengono la levofloxacina e la ciprofloxacina, che si trovano rispettivamente in quarta ed ottava posizione nell’elenco degli antibiotici più prescritti in Veneto. I dati riguardanti l'animale da esperimento in gravidanza non evidenziano alcun aumento di anomalie congenite nei nati esposti in utero. Però ad alti dosaggi (tossici per la madre) possono causare ridotto peso, ridotta vitalità neonatale e ritardo di ossificazione. Non sono invece pubblicati studi epidemiologici riguardanti l’assunzione di tali farmaci da parte di donne in gravidanza. Ricordiamo che i fluorochinoloni vanno comunque evitati in gravidanza perché tossici nei confronti della cartilagine in via di sviluppo. L’osservazione di artropatia con erosioni cartilaginee in studi sperimentali su giovani cani e su topi e, nell’applicazione clinica, di artralgia in adolescenti trattati con tale sostanza, ne hanno sconsigliato l’uso nei giovani e nelle donne in gravidanza. Va sottolineato, peraltro, che in una serie di 38 pazienti a cui erano stati somministrati chinolonici prima della 6ª settimana, ed i cui bambini erano stati seguiti per una media di 34 mesi dopo la nascita, non sono stati osservati disordini scheletrici, anche se sarebbe necessario avere a disposizione dati di follow-up a più lungo termine o i risultati di esami di risonanza magnetica per potere escludere la comparsa di danni ossei o cartilaginei nelle fasi di accrescimento.
Aminoglicosidi
Si tratta di antibiotici necessari per trattare infezioni da gram-negativi che per lo più vengono utilizzati per via parenterale in regime di ricovero ospedaliero. Gli studi epidemiologici in campo umano sono limitati, tuttavia un rischio di malformazioni, seppur piccolo, non può essere escluso. Possono inoltre comportare un incremento di rischio di otossicità o nefrotossicità fetale.
Per questo motivo la somministrazione in gravidanza deve essere cauta e solo dopo un’attenta valutazione del rapporto rischio/beneficio.
Fa eccezione, a causa dello scarso assorbimento sistemico degli aminoglicosidi quando somministrati per via orale, l’uso della neomicina per os per il trattamento di forme gastroenteriche: uno studio epidemiologico non ha evidenziato alcun aumento di rischio di anomalia congenita nei nati esposti in utero. Anche la neomicina comunque, somministrata per via parenterale ad alti dosaggi in animali da esperimento, ha causato perdita dell'udito.
Tetracicline
E’ una delle classi di antibiotici con il più ampio spettro. Secondo numerosi studi epidemiologici l’assunzione nel primo trimestre di gravidanza non è stata messa in relazione con un aumentato rischio, rispetto all’atteso, di anomalie nel nascituro. Esiste peraltro la segnalazione di un piccolo gruppo di donne, che avevano assunto tetracicline nel primo trimestre, nei cui figli è stata trovata una aumentata incidenza di malformazioni cardiache (trasposizione dei grossi vasi).
L’assunzione nel corso del secondo/terzo trimestre di gravidanza può provocare una pigmentazione scura della dentatura decidua del neonato. Tale pigmentazione ha unicamente una valenza estetica e non sembra interessare la dentatura permanente, né predisporre la dentatura alla carie.
Casi di epatotossicità materna, alcuni mortali, sono stati riportati in donne gravide che utilizzavano tetracicline ad alte dosi o per periodi prolungati.
Per i motivi sopra esposti si ritiene preferibile evitare la somministrazione di tetracicline in gravidanza, preferendo farmaci che abbiano un profilo di sicurezza maggiore.
Sulfamidici
In base ai più recenti studi epidemiologici sembrerebbe esservi un incremento di rischio di alcune anomalie (in particolare schisi facciale, anomalie cardiovascolari e del tratto urinario) a seguito dell’ esposizione intrauterina a sulfametossazolo + trimetoprim nel primo trimestre di gravidanza. Studi sugli animali segnalano, per l’esposizione a dosi elevate di trimetoprim, una aumentata incidenza di danni scheletrici. Data l’interferenza di tale sostanza con il metabolismo dei folati l’assunzione di una supplementazione vitaminica contenente acido folico ridurrebbe tale rischio. Sconsigliata è anche l’assunzione di sulfametossazolo+trimetoprim in vicinanza del parto in quanto la competizione del farmaco con la bilirubina per il legame con l’albumina può portare alla comparsa di ittero nucleare nel neonato.
Metronidazolo
E’ un agente antimicrobico, con attività sia antibatterica che antiprotozoaria, largamente utilizzato nelle donne per il trattamento di alcune infezioni sessualmente trasmesse. Il metronidazolo attraversa la placenta ed entra rapidamente nel circolo sanguigno fetale. Sono stati riportati in letteratura casi di malformazioni fetali in donne esposte al farmaco durante la gravidanza, tuttavia alcuni studi di coorte non hanno evidenziato un aumento complessivo del rischio malformativo (in uno di questi tuttavia vi era un incrementato, anche se non significativo, rischio di neuroblastomi). Il suo utilizzo in gravidanza va valutato con attenzione, esposizioni accidentali non dovrebbero tuttavia portare a consigliare l’aborto.
Antimicotici
Tra gli antimicotici più utilizzati si trova l’itraconazolo che nell'animale da esperimento, ad alti dosaggi, ha causato un aumento di malformazioni congenite nei nati esposti in utero. Si è evidenziato che tali malformazioni sono secondarie ad un effetto adrenergico del farmaco, effetto non presente nell'uomo per cui, in caso di assunzione materna, non dovrebbero esserci rischio di malformazioni congenite. In realtà i dati della letteratura sono alquanto controversi: l’assunzione sporadica di itraconazolo in gravidanza sembrerebbe senza rischi, al contrario l’uso prolungato è da evitare in quanto può causare un aumentato rischio di malformazione congenita, in particolare a carico degli arti. In una casistica di circa 70 casi, in cui la madre aveva assunto una singola dose di tale sostanza durante l’organogenesi, non sono state osservate anomalie alla nascita. Anche secondo uno studio prospettico di coorte, nella prole di 198 donne trattate con itraconazolo nel primo trimestre di gravidanza, la frequenza di malformazioni maggiori non era superiore all’atteso. Tra le donne esposte al farmaco il tasso di insuccesso riproduttivo era però più elevato.
Per quanto riguarda il fluconazolo (che si trova in seconda posizione nei dati di consumo del Veneto) l’osservazione di un raro spettro di anomalie in quattro bambini esposti cronicamente in utero ad elevate dosi del farmaco durante il primo trimestre di gravidanza suggerisce la possibilità che a tale trattamento si associ un potenziale rischio teratogeno. Tali effetti sarebbero dose-dipendenti così, in base a studi epidemiologici caso-controllo e ad una serie di casi clinici, non sembrerebbe esservi un incremento di rischio di anomalie nella prole per l’uso di fluconazolo in singola dose o a basse dosi (150 mg/die).
Per il ketoconazolo non sono stati riportati casi di malformazione nell’uomo, tuttavia va raccomandata particolare cautela in quanto si sono avuti casi di sindattilia e oligodattilia in animali da esperimento. Pochi sono gli studi disponibili per gli altri imidazolici anche se non sembrano emergere particolari allarmi per l’uso topico. Ovviamente non possiamo che sconsigliare l’uso in gravidanza del voriconazolo (di recente immissione in commercio) per mancanza di dati a disposizione.
Da evitare in gravidanza è la somministrazione della griseofulvina per la quale sono stati riportati casi di palatoschisi, insufficienza cardiaca sinistra ipoplastica e nascita di gemelli congiunti. Più sicuro sembra l’utilizzo dell’amfotericina B in quanto somministrata a diverse donne gravide senza conseguenze malformative, anche se la sua sicurezza nel primo trimestre non è stata stabilita attraverso studi specifici. Infine non vi sono dati di teratogenicità per la terbinafina, tuttavia la possibilità di tossicità epatica materna ne sconsiglia, a nostro parere, l’uso sistemico in gravidanza.
Antivirali
Tra gli antivirali quello più utilizzato è l’aciclovir. I dati in campo umano sull’impiego di questa sostanza in gravidanza non sono numerosi. Dal 1984 al 1998 la ditta produttrice ha istituito un Registro Internazionale “Aciclovir in gravidanza” dove sono state registrate poco più di 600 gravidanze esposte al farmaco, nel primo o secondo trimestre. La frequenza di anomalie congenite nei nati non è stata più elevata dell’atteso. Inoltre non si è osservato uno spettro ricorrente di anomalie alla nascita.
Negli animali i dati sono contrastanti: in seguito a somministrazione di aciclovir in topi, ratti o conigli, in dosi inferiori, pari o superiori a quelle utilizzate a scopo terapeutico nell’uomo, non è stato osservato un incremento di frequenza di malformazioni; alle dosi più elevate per via endovenosa (pari a tre volte la dose umana) è stato osservato deficit di crescita intrauterina. In altri studi nel ratto, in seguito ad esposizione intrauterina a dosi 2-10 volte quelle terapeutiche, è stato osservato un incremento di frequenza di morte fetale, deficit di crescita, e anomalie congenite (soprattutto cranio-facciali e scheletriche); per esposizioni analoghe (3-10 volte la massima dose usata in campo umano) è stata segnalata inoltre la possibilità di ipoplasia timica e disfunzioni immunologiche.
Come si può vedere proprio tra i farmaci più largamente prescritti vi sono molecole che sarebbe opportuno utilizzare con cautela (claritromicina, azalidi, tetracicline), se non evitare del tutto (fluorochinolonici, sulfametossazolo + trimetoprim, fluconazolo), durante la gravidanza. Inoltre considerando che spesso le gravidanze arrivano inaspettate è evidente che tali farmaci andrebbero prescritti con cautela a tutte le donne in età fertile, anche in considerazione del fatto che sono disponibili molecole altrettanto efficaci che comportano meno rischi. Aggiungiamo che alcuni antibiotici sono antagonisti dell’acido folico, pertanto sarebbe buona norma associare alla terapia antibiotica un supplemento di tale vitamina. Ricordiamo anzi che ogni donna in età fertile dovrebbe assumere una piccola dose giornaliera (0,4 mg/die) di acido folico per la sua nota attività protettrice nei confronti di quelle gravi malformazioni che sono i difetti del tubo neurale.
Tossicità muscolare o polineuropatia periferica da statine?
Le statine sono tra i farmaci più consumati nella maggior parte dei paesi Europei e negli Usa.
In Italia il rapporto dell’Osservatorio Nazionale sull’Impiego dei Medicinali (OsMed) mostra che dal 2002 al 2003 si passa da 29 a 37 DDD/1000 abitanti/die e che simvastatina e atorvastatina sono salite rispettivamente al 2° e al 3° posto nella classifica dei principi attivi per spesa. L’efficacia e la sicurezza di questi farmaci sono state documentate in ampi studi clinici, tuttavia il loro largo utilizzo a lungo termine anche in pazienti non selezionati può determinare l’insorgenza di reazioni avverse gravi e rare che è importante conoscere e riconoscere.
Una di queste è la neuropatia periferica che, pur essendo nota e descritta sul foglietto illustrativo, è meno conosciuta rispetto alla tossicità muscolare.
Alla fine degli anni ‘90 è stata pubblicata una serie di osservazioni di neuropatie assonali in pazienti in terapia da anni con statine. Inoltre uno studio di coorte (Eur J Clin Pharmacol
2001, 56:931-3) ha indicato un piccolo
aumento del rischio di neuropatia periferica
idiopatica nei pazienti con iperlipidemia in
trattamento con statine rispetto a quelli
iperlipidemici non in trattamento e alla
popolazione generale. Il rischio assoluto è
basso e corrisponde ad 1 caso di neuropatia
su circa 14.000 pazienti trattati con statine
per un anno. La polineuropatia si manifesta
con sintomi caratteristici quali intorpidimento
dei piedi e delle mani, andatura
instabile e parestesia alle braccia e alle
gambe. In alcuni pazienti l’interruzione
della terapia non ha portato a risoluzione
dei sintomi.
Due anni fa è stato condotto in una regione
della Danimarca uno studio caso controllo
per quantificare questo rischio (Neurology
2002, 58:1333-1337). Gli autori, dopo aver
escluso i soggetti con condizioni predisponenti
(diabete, alcoolismo, insufficienza
renale), hanno preso in considerazione tutti
i pazienti in dimissione dall’ospedale regionale
con diagnosi di polineuropatia periferica,
diagnosticati mediante criteri clinici e
neurofisiologici. Sono stati individuati, fra il
1994 ed il 1998, 166 pazienti con prima
diagnosi di polineuropatia, definendone 35
certi, 54 probabili, e 77 possibili. Fra questi
pazienti 9 (5,4%) avevano fatto uso di statine
(8 ancora in corso) per un periodo
medio di 2,8 anni. Fra i 4.150 soggetti di
controllo individuati secondo una procedura
randomizzata fra gli abitanti della
regione (25 soggetti privi di neuropatia per
ogni caso di neuropatia individuato), 66
persone (1,6%) avevano assunto statine (49
ancora in trattamento). Secondo questo
studio i soggetti in terapia con statine presentano
un rischio relativo di 3,7 (95% IC
1,8-7,6) di sviluppare una neuropatia periferica
rispetto ai soggetti non trattati; tale
rischio diventa 14,2 (95% IC 5,3-38,0) se
si restringe l’analisi ai soli casi di diagnosi
“certa”.
Vorremmo sottolineare che anche nello
studio considerato il rischio assoluto di neuropatia
risulta comunque molto basso e che
gli autori evidenziano che i vantaggi delle
statine superano di gran lunga i possibili
rischi. Questi dati, quindi, non devono portare
ad una limitazione nella prescrizione
medica delle statine, ma ad una maggior
consapevolezza su possibili reazioni avverse
nell’uso di questi farmaci attraverso il riconoscimento
di sintomi che in questo caso
possono essere abbastanza aspecifici e
sovrapporsi in parte a quelli della tossicità
muscolare, peraltro più frequente.
Le manovre dell’esame neurologico utili
In caso di sintomi che facciano pensare ad un disturbo nervoso periferico, prima di ricorrere all’elettromiografia, sono suggerite alcune manovre neurologiche alla portata di qualsiasi medico. Se la neuropatia è così avanzata da compromettere la parte motoria basterà analizzare i movimenti nonché i riflessi osteo-tendinei correlati. Più comunemente la neuropatia periferica inizia con sintomi solo sensitivi e in questo caso sarà utile valutare i seguenti parametri:
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Redazione di Focus
c/o Unità Operativa di Farmacologia Medica, Azienda Ospedaliera e Università di Verona, Policlinico "G.B. Rossi", p.le L.A. Scuro, 37134 Verona. Tel. 045/8074244 - 8074904, Fax 045/581111 - 8074876 e-mail: focus@sfm.univr.it - WEB site: http://www.sfm.univr.it/ |
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Direttore responsabile: G.P. Velo1 Comitato di redazione: V. Albanese2, O. Basadonna5, C. Bellantuono3, S. Belli3, F. Binetti2, D. Busetto3, A. Cocci2, A. Conforti1, O. Codella3, F. Del Zotti4, G. Dusi2, R. Fratton2, E. Ghiotto2, M. Giacomazzi5, S. Girotto4, F. Guerrini4, R. Leone1, L. Magro1, I. Meneghelli1, N. Montanaro6, U. Moretti1, D. Motola6, G. Pilastro2, M. Ragazzi2, D. Resi6, S. Segat1, M. Venegoni3
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1Unità Operativa di Farmacologia Medica, Azienda Ospedaliera e Università di Verona; 2Farmacisti ULSS od ospedalieri del Veneto, Trentino e Lombardia; 3Medici Ospedalieri; 4Medici di Medicina Generale; 5Assessorato alla Sanità, Regione Veneto; 6Centro Regionale di Valutazione e Informazione sui Farmaci (CReVIF), Dipartimento Farmacologia, Università di Bologna. |
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Regione Veneto, Assessorato alla Sanità - Provincia Autonoma di Trento - Centro Regionale sul Farmaco, Unità di Farmacovigilanza, WHO Reference Centre (Verona) - Centro Regionale di Farmacovigilanza della Lombardia - CReVIF, Dipartimento di Farmacologia, Università di Bologna