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ANNO XIV - N. 48 - PUBBLICAZIONE TRIMESTRALE |
FEBBRAIO 2007 |
Stampa ad esclusivo uso interno delle ULSS |
Regione del Veneto |
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ISDB MEMBER |
In questo numero:
Profilo di sicurezza delle statine
Buflomedil e casi di sovradosaggio in Italia
Comunicato stampa ISDB - Cos’è più pericoloso per la salute: l’influenza o il Tamiflu® (oseltamivir)?
Decongestionanti nasali in pediatria: raccomandazioni dell’AIFA
Desmopressina endonasale nell’enuresi notturna primaria: nota informativa dell’AIFA
ARGOMENTI
Gli inibitori della HMG-CoA reduttasi, comunemente noti come statine, sono i farmaci più estensivamente utilizzati per la terapia dell’ipercolesterolemia. Si stima che le statine riducano i livelli di colesterolo LDL tra il 18 ed il 55%, con un effetto di entità minore sul colesterolo HDL che aumenta del 5-15%, e sui trigliceridi che diminuiscono del 7-30% (JAMA 2001; 285:2486-97). A differenza dei trattamenti ipolipemizzanti utilizzati prima della loro immissione in commercio le statine dispongono di una documentazione solida della loro efficacia, sia in prevenzione primaria che secondaria. La vicenda della rimozione dal mercato della cerivastatina nel 2001 ha tuttavia portato all’attenzione della classe medica e dell’opinione pubblica i potenziali pericoli del trattamento con statine. Più di recente il dibattito sul profilo di sicurezza della rosuvastatina, ultima molecola della classe immessa in commercio, ha attirato l’attenzione del mondo scientifico (Lancet 2004; 363:2189-90).
Quali sono i dati disponibili sul rischio del trattamento con statine? I risultati dei trial clinici sembrerebbero rassicuranti, ma occorre ricordare che negli studi vengono esclusi i pazienti con comorbidità rilevanti, in terapia con farmaci suscettibili di interazione, ed inoltre i pazienti sono sottoposti ad un monitoraggio clinico e laboratoristico più stretto di quello che avviene nella pratica clinica quotidiana. I dati di farmacovigilanza non possono essere interpretati come dato epidemiologico, ma sono più vicini a quanto accade nel mondo reale. Consideriamo i principali eventi avversi segnalati.
Rabdomiolisi ed effetti sul muscolo
Nel 2002 le più importanti società americane di cardiologia hanno emanato un Clinical Advisory (Circulation 2002;106:1024-28) sull’uso e la sicurezza delle statine in cui sono state date le seguenti definizioni delle patologie legate agli effetti avversi muscolari:
Va ricordato che spesso, negli studi clinici e nella pratica clinica quotidiana, sono utilizzate definizioni alternative per ciascuno di questi termini. Ad esempio al posto di miosite si utilizza, con lo stesso significato, più frequentemente il termine di miopatia. Per una trattazione maggiormente approfondita sulle differenze nell’uso della terminologia rimandiamo a una recente revisione sull’argomento (Am J Cardiol 2006; 97:6C-26C) . La rabdomiolisi, come è noto, rappresenta una complicazione grave che, se non riconosciuta precocemente e adeguatamente trattata, porta a danno d’organo irreversibile, con rischio di morte. La rabdomiolisi va sospettata quando il paziente riferisce dolori muscolari o dolorabilità; dolori alle articolazioni e crampi notturni non rappresentano manifestazioni di miopatia. Particolarmente a rischio per rabdomiolisi sono pazienti anziani, soprattutto di sesso femminile, pazienti con insufficienza renale o insufficienza epatica e pazienti diabetici. Nel paziente anziano la rabdomiolisi può manifestarsi solo come debolezza muscolare, senza dolore. Occorre anche ricordare che la rabdomiolisi non è esclusiva complicazione del trattamento con statine, ma può presentarsi in concomitanza ad abuso etilico, ad infezioni virali, ad ipotiroidismo ed anche dopo traumi, interventi chirurgici o dopo esercizio fisico strenuo. La fluvastatina e la pravastatina, forse poiché sono i più deboli inibitori della HMG-CoA reduttasi, sembrano associati alla frequenza più bassa di rabdomiolisi, mentre (non considerando la cerivastatina) la simvastatina da 80 mg (e non i dosaggi più bassi) è associata alla frequenza più elevata (Am J Cardiol 2006; 97:89C-94C). Dati del FDA riportano un tasso di rabdomiolisi 4 volte più alto per la monoterapia con lovastatina, atorvastatina e simvastatina rispetto alla monoterapia con pravastatina e fluvastatina (Am J Cardiol 2006; 97:52C-60C). Il solo sostanziale e ben definito rischio di mortalità con l’uso di statine è quello della rabdomiolisi fatale. Dai dati dei trial clinici e degli studi di coorte l’incidenza di tutti i casi di rabdomiolisi durante il trattamento con statine è stata stimata in 3 per 100.000 persone-anno. Il tasso di fatalità dei casi è di circa il 9%, dando un rischio di mortalità da rabdomiolisi da statine approssimativamente di 0,3 per 100.000 personeanno (Am J Cardiol 2006; 97:95C-7C). Analisi condotte dal FDA sui dati di farmacovigilanza depongono per una incidenza di rabdomiolisi fatale associata alla terapia con statine pari a 0,15 per 1 milione di prescrizioni (con un range che va da 0 per la fluvastatina a 3,16 per la cerivastatina). In una recente revisione sistematica dei trial clinici con statine (Circulation 2006; 114:2788-9) si sono ottenuti risultati simili ed è stata confermata la rara incidenza della rabdomiolisi con le statine attualmente disponibili e invece un aumento del rischio di 12 volte con la cerivastatina. Ne deriva che, benché il rischio di rabdomiolisi in trattamento con statine sia significativamente aumentato, in assoluto l’entità è limitata. Inoltre tale rischio va valutato a fronte del beneficio atteso, che arriva ad un numero di pazienti da trattare per 5 anni per prevenire un evento, che è stimato di 23 in pazienti a rischio elevato, e di 11 nei pazienti con rischio molto elevato (www.jr2.ox.ac.uk/bandolier). Infine bisogna sottolineare che quasi il 60% dei casi riportati di rabdomiolisi da statine era dovuto a interazioni.
Interazioni farmacologiche
E’ stato stimato che le interazioni farmaci-statine aumentano il rischio di rabdomiolisi di circa 10 volte. La rabdomiolisi indotta da statine rimane comunque un evento raro, che avviene nello 0,04-0,2% dei pazienti trattati anche in seguito ad interazione che può dare interazione. Sia meccanismi di tipo farmacocinetico che farmacodinamico possono essere coinvolti nel rischio di potenziali interazioni con le statine. I dati del FDA sulla farmacovigilanza forniscono le associazioni più frequentemente ritenute responsabili di insorgenza di rabdomiolisi (Ann Pharmacother 2002; 36:28895) . La più comune è rappresentata dall’associazione tra statine e fibrati; entrambe queste classi di farmaci causano rabdomiolisi quando dati in monoterapia, probabilmente attraverso meccanismi separati. Tuttavia il rischio di rabdomiolisi con le statine e i fibrati in combinazione è sostanzialmente più alto rispetto alla somma dei rischi associati alle due classi assunte separatamente. Ai fibrati assunti in monoterapia è associato un tasso di incidenza di rabdomiolisi, stimato da dati di farmacovigilanza, di 2,82 per 10.000 persone-anno. Con l’associazione gemfibrozil-cerivastatina il tasso arriva ad un valore compreso tra 789 e 1035, mentre per l’associazione gemfibrozil con altre statine il tasso risulta di 5,98. Benché sia stato segnalato che con il fenofibrato i rischi legati all’associazione con le statine siano significativamente più bassi rispetto al gemfibrozil si è visto che il suo uso combinato all’atorvastatina porta ad un incidenza di rabdomiolisi tra 16,86 e 22,45 per 10.000 persone-anno (JAMA 2004; 292:2585-90).
Oltre ai fibrati altri farmaci che interagiscono con le statine sono gli inibitori del CYP3A4 quali: amiodarone, claritromicina, clopidogrel, colchicina, ciclosporina, danazolo, diltiazem, eritromicina, acido fusidico, itraconazolo, mifebradil (mai commecializzato in Italia), nefazodone, chinina, roxitromicina e verapamil. Altri farmaci che interagiscono attraverso meccanismi diversi o sconosciuti sono: digossina, clozapina, ciproterone, esomeprazolo e warfarin. (Drug Saf 2006; 29:1061-7) E’ particolarmente importante evitare l’uso concomitante di potenti inibitori del CYP3A4 con alte dosi di lovastatina, simvastatina e atorvastatina, il cui metabolismo dipende dal CYP3A4, poiché elevate concentrazioni plasmatiche di statine lipofile aumentano il rischio di tossicità muscolare. Inibitori deboli o moderatamente potenti (come il verapamil o il diltiazem) possono essere assunti con basse dosi di queste statine (Clin Pharmacol Ther 2006; 80:565-81) . Anche il consumo di succo di pompelmo dovrebbe essere evitato o limitato quando si assumono simvastatina, lovastatina o atorvastatina, soprattutto ad alte dosi, poiché può inibire il loro metabolismo, a livello intestinale, mediato dal CYP3A4.
Le potenziali interazioni farmacologiche con la fluvastatina sembrano più rare poichè essa viene metabolizzata primariamente dal CYP2C9; gli inibitori del CYP2C9 sono utilizzati meno nei pazienti con dislipidemia rispetto agli inbitori del CYP3A4. Per la pravastatina, le interazioni potenziali sembrano essere anche più rare che con la fluvastatina, poiché non è metabolizzata dagli isoenzimi CYP, ma è glucuronidata (Drug Saf 2005; 28:263-75).
Tossicità epatica
Un aumento asintomatico delle transaminasi durante trattamento con statine, oltre 3 volte il limite superiore della norma, è relativamente comune (0,1–3,0%) ed è dose dipendente. La causa di tale aumento non è stata determinata. L’aumento è di solito sporadico e transitorio (si risolve spontaneamente nel 70% dei casi), e va preso in considerazione solo quando confermato a più rilievi successivi. Tuttavia, più che di tossicità epatica, alcuni Autori suggeriscono che si dovrebbe parlare di “transaminite”, in quanto alle alterazioni degli enzimi epatici non è dimostrato associarsi a rilevante epatotossicità (Am J Cardiol 2002; 89:1411-3). Nella maggior parte degli studi clinici la frequenza di elevazione delle transaminasi nel gruppo placebo era sostanzialmente sovrapponibile. In pazienti con transaminasi aumentate prima dell’inizio di terapia con statine, gli aumenti significativi dei livelli di transaminasi non differivano tra quelli successivamente trattati con statine e quelli non trattati, e nessuno presentava aumenti severi (Gastroenterology 2004; 126:1287-92).
Un modesto aumento delle transaminasi, fino a 3 volte il limite superiore della norma, non è ritenuto una controindicazione all’inizio o alla prosecuzione della terapia, purché il paziente sia controllato. Per aumenti superiori la riduzione del dosaggio o la sospensione del trattamento portano alla normalizzazione del profilo laboratoristico (Am J Cardiol 2006; 97:89C-94C).
Aumenti marcati degli enzimi epatici sono rari ed è più probabile che avvengano quando: 1) ci possono essere potenziali interazioni farmacologiche, 2) sono presenti co-patologie (tra cui preesistenti malattie epatiche), 3) viene utilizzato il dosaggio più alto. La questione critica non è se la terapia con statine causi un aumento significativo dei livelli degli enzimi epatici, ma piuttosto se possa causare grave disfunzione o insufficienza epatica. Sono stati pubblicati isolati case report che descrivono insufficienza epatica in pazienti in cura con statine, ma non è stato possibile stabilire una relazione causale. Sembra che il tasso di insufficienza epatica nella popolazione che non assume statine sia circa lo stesso di quello dei pazienti trattati, ciò può supportare la conclusione che non ci sia relazione causale. In alternativa i casi di insufficienza epatica possono rappresentare reazioni idiosincratiche che si manifestano molto raramente. In entrambe le ipotesi non è possibile identificare questi pazienti dal monitoraggio di routine dei livelli degli enzimi epatici. Se si paragonano al gran numero di trial e alle revisioni sull’aumento degli enzimi epatici i report di tossicità epatica grave sono pochi e aneddotici. L’epatite da statine viene riportata come evento raro, probabilmente con frequenza comparabile all’epatite dagli altri farmaci (1 per 100.000 pazientitrattamento anni). Da alcuni dati di sorveglianza post-marketing sembra che la fluvastatina sia associata più frequentemente rispetto alle altre statine a reazioni epatiche gravi (Drug Saf 2006; 29:1163-72).
Altri eventi avversi
Nonostante la segnalazione di problemi renali e proteinuria con 80 mg di rosuvastatina, dosaggio mai immesso in commercio in Italia, non vi sono evidenze che indichino come dosaggi più bassi di rosuvastatina o qualsiasi dosaggio delle altre statine determinino nefrotossicità. Sebbene siano stati segnalati casi di insufficienza renale in pazienti in cura con statine, essi sono stati riportati con la stessa frequenza anche nei pazienti non in cura con le statine. Anche i dati di farmacovigilanza del FDA indicano un rischio estremamente basso di insufficienza renale con una stima di 0,3-0,9 casi per 1 milione di prescrizioni (Am J Cardiol 2006; 97:89C-94C).
Studi postmarketing e parecchi case report hanno suggerito che l’uso, soprattutto a lungo termine delle statine, possa essere associato a neuropatia periferica. Il centro di farmacovigilanza olandese (Neth J Med 2006; 64:334-8) ha recentemente analizzato il suo database trovando 17 report di neuropatia, polineuropatia, neuropatia periferica e inoltre 2 report di aggravamento di una polineuropatia già esistente associata a statine. La frequenza di queste associazioni è risultata significativa se paragonata a qualunque altra classe di farmaci. Nel database dell’OMS ci sono 733 report di neuropatia, neuropatia periferica o polineuropatia. Nei trial clinici, tuttavia, il rischio stimato di neuropatia periferica attribuibile alle statine è risultato basso: 12 per 100.000 persone-anno. Solo pochi report suggeriscono un peggioramento della funzione cognitiva con le statine. Non ci sono prove di questa reazione avversa negli studi clinici e di coorte. In alcuni studi di coorte è stato associato alle statine un aumento del rischio di stroke emorragico; ma le prove per attribuire una relazione di causalità con le statine sono insufficienti e non è evidente alcun meccanismo apparente. Tuttavia bisognerebbe evitare di prescrivere statine ai pazienti che hanno già avuto un simile episodio in precedenza. (Am J Cardiol 2006; 97:52C-60C)
Suggerimenti pratici degli esperti
Il Clinical Advisory delle principali società cardiologiche statunitensi ha formulato una serie di suggerimenti per la sicurezza dell’utilizzo delle statine che, benché non costituiscano formalmente una linea guida, rappresentano un documento formale cui fare riferimento. Il dosaggio della CK è suggerito solo in caso di comparsa di sintomi, orientando il comportamento successivo:
Monitoraggio laboratoristico dei pazienti in terapia con statine
Per quanto riguarda il rischio di danno muscolare viene suggerito (Circulation 2002; 106:1024-8) un dosaggio basale della CK, in considerazione del fatto che rialzi asintomatici della CK sono comuni e la conoscenza di una eventuale alterazione basale può aiutare nella valutazione successiva. E’ importante ricordare che il dosaggio routinario della CK è di scarsa utilità in assenza di segni clinici o sintomi. E’ opportuno controllare anche il livello di TSH, in quanto l’ipotiroidismo pre-dispone alla miopatia. Tutte le persone che iniziano una terapia con statine devono essere istruite a riferire immediatamente la comparsa di disturbi muscolari o debolezza muscolare o urine scure, ed in tal caso va richiesto il dosaggio della CK. La scheda tecnica delle statine richiede una misurazione basale degli esami di funzionalità epatica, incluse ALT e AST, anche se molti epatologi non concordano su questa indicazione (JAMA 2001; 285:2486-97) . Il dosaggio delle transaminasi è suggerito 12 settimane dopo l’inizio della terapia, quindi a cadenza annuale. La Task Force della National Lipid Association suggerisce piuttosto un’attenta osservazione clinica, per cogliere la comparsa di ittero, astenia, letargia, come possibili segni di epatotossicità, da confer-mare con il dosaggio della bilirubina frazionata, e di un aumento del tempo di protrombina. Non è suggerito il monitoraggio periodico di creatininemia e proteinuria, anche se è ritenuto utile effettuare un dosaggio basale. (Am J Cardiol 2006; 97:89C-94C)
Conclusioni
Le statine si sono dimostrate farmaci sicuri nella vasta maggioranza dei pazienti in cui sono utilizzate. Negli studi clinici sono stati osservati pochi effetti collaterali gravi, e le segnalazioni derivanti dalla farmacovigilanza sono molto limitate considerando l’ampio numero di pazienti trattati. Ciononostante questi farmaci, come tutti i farmaci, vanno usati in maniera appropriata e con giudizio. In particolare, un aspetto da tenere sempre in considerazione è la possibilità di interazioni negative con altri farmaci.
Sul numero di FOCUS del novembre 2006 avevamo riportato la notizia del ritiro in Francia della formulazione orale da 300 mg di buflomedil a causa di alcuni casi, volontari o accidentali, di sovradosaggio. Non eravamo a conoscenza di episodi simili in Italia. In quell’articolo avevamo parlato delle segnalazioni di reazioni avverse cardiovascolari, neurologiche e cutanee associate a buflomedil presenti nel database del GIF ed evidenziato soprattutto il problema delle numerose e svariate indicazioni d’uso del buflomedil. Un nostro lettore ci ha gentilmente comunicato di aver pubblicato una decina d’anni fa un case report riguardante una ragazza di 15 anni che aveva assunto 10 compresse di buflomedil a scopo suicida (Alberti A, Valenti S, Gallo F, Petolillo M, Del Monte D. Acute buflomedil intoxication: a life-threatening condition. Intensive Care Med 1994; 20:21921). Da una ricerca su PubMed abbiamo trovato un altro caso italiano, più recente, di suicidio da buflomedil (Neri C, Barbareschi M., Turrina S. et al. Suicide by buflomedil HCl: a case report. J Clin Forensic Medicine 2004; 11:15-6).
“In molti Paesi, come il Giappone, oseltamivir (Tamiflu®) è indicato per la comune influenza. Più di 300 organizzazioni, alcuni governi in paesi in via di sviluppo e la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) hanno previsto scorte di oseltamivir in caso di pandemia dovuta ad un nuovo tipo di virus influenzale.
C’è una certa confusione tra quello che è noto sull’uso di oseltamivir nella prevenzione e nel trattamento della comune influenza, e quello che è noto sugli effetti nel trattamento o nella prevenzione delle complicanze nel caso d’una ipotetica pandemia causata da un nuovo virus influenzale.
Quasi sempre l’influenza è un’infezione auto-limitante e non ci sono prove che oseltamivir riduca la frequenza delle complicanze di un’influenza grave sia in persone sane che in quelle rischio. Al massimo, oseltamivir riduce di un giorno i sintomi dell’influenza, la qual cosa non è rilevante.
Non ci sono evidenze che oseltamivir prevenga le complicanze dell’influenza nel caso in cui si venga a stretto contatto con pazienti infetti nel corso di un’epidemia stagionale. Al momento è difficile definire l’influenza aviaria come un problema di salute pubblica globale. Non ci sono prove che indichino che oseltamivir sia efficace nel prevenire o curare le complicanze nel caso di un nuovo tipo di pandemia influenzale.
Generalmente oseltamivir causa nausea e vomito, e ci sono crescenti evidenze secondo cui oseltamivir può dare effetti avversi gravi quali comportamento anomalo e morti improvvise per depressione respiratoria. La FDA ha messo in guardia circa la possibilità di effetti neuropsichiatrici di oseltamivir in seguito a segnalazioni provenienti soprattutto dal Giappone dove il farmaco è molto utilizzato (www.fda.gov/medwatch/safety/2006/safety06.ht m#tamiflu).
La società internazionale dei bollettini indipendenti sui farmaci (ISDB), alla luce delle sempre maggiori evidenze sul fatto che oseltamivir possa dare più danni che benefici, invita gli operatori sanitari ed il pubblico ad evitarne l’uso in caso di comune influenza. Il farmaco non offre un rapporto costo/beneficio favorevole per l’influenza.
L’ISDB invita l’OMS a bloccare lo stoccaggio del farmaco considerata l’assenza di validi motivi che indichino oseltamivir utile nel caso di una nuova pandemia di influenza e anche perché contribuisce a favorire un uso ingiustificato del farmaco (An iatrogenic pandemic of panic. BMJ 2006; 332; 786-788).”
Nota redazionale
Il comunicato stampa dell’ISDB assume ancora maggiore rilievo alla luce dell’avviso inviato ai medici giapponesi da parte delle Autorità Sanitarie di quel paese, in cui si raccomandava di non prescrivere l’oseltamivir agli adolescenti a seguito di alcuni casi di comportamento anomalo, quali ad esempio gettarsi da un palazzo, che hanno coinvolto adolescenti che avevano assunto il vaccino anti-influenzale.
La presa di posizione giapponese ha spinto anche l’Agenzia Europea dei Medicinali (EMEA) ad occuparsi del Tamiflu® (vedi comunicato EMEA del 23/03/07 “Statement on safety of Tamiflu” al sito www.emea.europa.eu o il comunicato AIFA al sito www.agenziafarmaco.it). Dopo alcune riunioni in cui sono state analizzate le reazioni avverse segnalate attribuite al farmaco, il CHMP (Committee for Medicinal Products for Human Use) ha raccomandato di modificare il foglietto illustrativo del Tamiflu® per informare i medici e i pazienti sugli eventi avversi neuropsichiatrici. In particolare il CHMP ha raccomandato di inserire la seguente avvertenza rivolta ai pazienti:
“Convulsioni, abbassamento del livello di coscienza, comportamenti anormali, allucinazioni e delirio, che in rari casi hanno condotto a lesioni accidentali, sono stati segnalati a seguito della somministrazione di Tamiflu. I pazienti, specialmente bambini e adolescenti, devono essere strettamente monitorati e, in caso di comportamenti anomali, deve essere immediatamente contattato il medico curante.”
Tutto ciò sicuramente rafforza la posizione assunta dall’ISDB e dovrebbe far riflettere maggiormente le Autorità Sanitarie dei diversi paesi e l’OMS sui rischi e sui costi derivanti dal prospettare l’uso dell’oseltamivir in “future” pandemie influenzali.
Si riporta parte del testo pubblicato dall’AIFA (il testo integrale si può trovare nel sito www.agenziafarmaco.it).
“L’Ufficio di Farmacovigilanza dell’AIFA ha ricevuto alcune segnalazioni di sospette reazioni gravi verificatesi a seguito dell’uso di decongestionanti nasali topici in bambini molto piccoli, di età inferiore ad un anno. Le reazioni segnalate sono state principalmente a carico dell'apparato respiratorio (dispnea, edema faringeo), cutaneo (eruzioni cutanee, eritema) e neurologico (contrazioni muscolari, ipotoniaiporesponsività). Si fa presente che le specialità medicinali, sospettate di aver causato le reazioni segnalate non sono farmaci salvavita; contengono principi attivi potenzialmente pericolosi nei neonati e lattanti; sono controindicati nei primi tre anni di vita;
… (omissis) ... il gruppo di esperti sui farmaci pediatrici dell’AIFA ritiene necessario richiamare l’attenzione dei pediatri italiani raccomandando loro quanto segue:
Nel numero scorso di FOCUS è stata comunicata la decisione dell’Agenzia francese (Afssaps) di eliminare l’indicazione d’uso “enuresi notturna primaria” per la formulazione spray nasale di desmopressina. Tale provvedimento deriva da una rivalutazione del rapporto rischio/beneficio della forma spray nasale, risultato non pienamente favorevole in questa indicazione rispetto alle forme orali. La stessa indicazione d’uso verrà eliminata dal Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto in commercio in Italia: Minirin/DDAVP - Spray nasale. Questa decisione è stata presa, in via precauzionale, dall’azienda produttrice in accordo con l’AIFA, come si legge in una nota informativa del 31/01/2007. Di conseguenza si invita a non iniziare alcun nuovo trattamento dell'enuresi notturna primaria con la formulazione spray nasale di desmopressina e a trasferire gradualmente i pazienti attualmente in trattamento alle altre forme disponibili entro la naturale conclusione del ciclo di terapia. Per l'indicazione enuresi notturna primaria rimarranno comunque disponibili le forme orali e la forma gocce nasali di desmopressina. Minirin Spray nasale continuerà ad essere prescrivibile per le altre indicazioni approvate: diabete insipido ipofisario, idiopatico o sintomatico; poliuria e polidipsia post-chirurgiche, reversibili o permanenti.
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Redazione di Focus
c/o Unità Operativa di Farmacologia Medica, Azienda Ospedaliera e Università di Verona, Policlinico "G.B. Rossi", p.le L.A. Scuro, 37134 Verona. Tel. 045 8124244 - 045 8124904, Fax 045 581111 - 045 8124876 e-mail: focus@sfm.univr.it - WEB site: http://www.sfm.univr.it/ |
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Direttore responsabile: G.P. Velo1 Comitato di redazione: V. Albanese2, O. Basadonna2, C. Bellantuono3, S. Belli3, F. Binetti2, D. Busetto3, A. Caputi7, A. Cocci2, S. Colcera1, A. Conforti1, O. Codella3, F. Del Zotti4, G. Dusi2, R. Fratton2, E. Ghiotto2, S. Girotto4, F. Guerrini4, M. L. Iorio1, R. Leone1, O. Leoni3, L. Magro1, I. Meneghelli1, N. Montanaro6, U. Moretti1, D. Motola6, M. Ragazzi2, B. Ros8, F. Salvo7, F.Tosolini8, M.Vezzani5, V. Visentin5.
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1Unità Operativa di Farmacologia Medica, Azienda Ospedaliera e Università di Verona; 2Farmacisti ULSS od ospedalieri del Veneto, Trentino e Lombardia; 3Medici Ospedalieri; 4Medici di Medicina Generale; 5Assessorato alla Sanità, Regione Veneto; 6Centro Regionale di Valutazione e Informazione sui Farmaci (CReVIF), Dipartimento Farmacologia, Università di Bologna; 7Centro Referente per la Segnalazione Spontanea Organizzata, Regione Sicilia; 8ARS - Direzione Centrale Salute e Protezione Sociale Regione Friuli Venezia Giulia. |
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Regione Veneto, Assessorato alla Sanità - Provincia Autonoma di Trento - Centro Regionale sul Farmaco, Unità di Farmacovigilanza, WHO Reference Centre (Verona) - Centro Regionale di Farmacovigilanza della Lombardia - CReVIF, Dipartimento di Farmacologia, Università di Bologna - Centro Referente per la Segnalazione Spontanea Organizzata, Regione Sicilia - ARS, Direzione Centrale Salute e Protezione Sociale Regione Friuli Venezia Giulia